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Mielopatia Degenerativa: cerchiamo di fare chiarezza
Dr.ssa Lisa Fiore - Settore Genetica c/o Lab. Biologia Molecolare  CNR Pisa

Molto si è detto e si è scritto rispetto a questa patologia di origine genetica, cronico degenerativa, a carico del midollo spinale che colpisce il cane generalmente in età adulta, l’esordio più frequente si osserva, infatti, dopo il quinto anno di vita. La Mielopatia Degenerativa (DM: Degenerative Myelopathy) ha carattere cronico progressivo.

Dai lavori scientifici pubblicati si osserva che la DM può colpire indifferentemente soggetti di razze diverse, senza differenza di sesso, con prevalenza maggiore in cani di taglia medio - grande, alcune razze ne sono notoriamente più affette (pastore tedesco, pembroke welsh corgi, boxer, bovaro del bernese) ma secondo le attuali evidenze nessuna ne è esente. Interessante a questo proposito è il lavoro americano pubblicato nel 2001 in cui vengono analizzate le cause di morte naturale o eutanasia in 927 soggetti definiti dagli autori “military working dogs” (German Shepherd Dogs, Belgian Shepherd Dogs), tra le cause descritte si evidenzia anche la DM.

Le pubblicazioni ufficiali in merito sono ormai numerosissime (se ne contano ad oggi oltre 90) e nonostante alcuni aspetti di questa patologia non siano ancora del tutto chiariti, studi epidemiolo­gici condotti su popolazioni di razze diverse hanno tuttavia reso possibile fissare alcuni concetti chiave.

Non ci soffermeremo sugli aspetti clinici della Mielopatia Degenerativa, ormai ampiamente de­scritti, quanto piuttosto sulla sua insorgenza, sulle cause e sul futuro della ricerca che consentirà probabilmente di configurare nel tempo un quadro eziologico sempre più chiaro.

Definita come patologia rara, la Mielopatia Degenerativa rientra tra le malattie che si manife­stano con un’incidenza dello 0,05%, ovvero 1 soggetto su 2000 mostra i sintomi clinici. Tale definizione si basa sulla prevalenza di popolazione secondo standard codificati dall’Unione Europea, cui anche l’Italia si attiene, ma non è univoca, negli Stati Uniti ad esempio la definizione di patologia rara viene riservata a condizioni che colpiscono lo 0,08% dei soggetti.

Il concetto quindi di “malattia rara” è piuttosto variabile e va comunque rapportato non solo agli standard di popolazione codificati in un determinato territorio ma anche a quello di “patologie rarissime” che hanno un’incidenza dello 0,001% (1 caso su 100.000 soggetti). Perché questa precisazione? Per chiarire il concetto che nonostante una patologia possa definirsi “rara”, essa ha un’incidenza di popolazione comunque non trascurabile e ridurne la frequenza di espressione è l’obiettivo che si pone ovunque la comunità scientifica.

Come la quasi totalità delle malattie rare, anche la DM ha un andamento cronico ed invalidante, con riduzione delle aspettative di durata e qualità della vita. Inoltre è predominante la modalità di trasmissione per via genetica che ad oggi si stima interessi l’80 % di tutte le patologie rare, anche in questo la DM non fa eccezione.

Nel 2009 è stata descritta ed identificata la mutazione genetica di una base (definita E40K) sulla sequenza del gene SOD1 (SuperOxide Dismutase 1) la cui espressione in soggetti DM/DM, definiti  omozigoti recessivi, costituisce il fattore scatenante, ma non unico, della possibile insorgenza della patologia.

In tutti gli studi ad oggi pubblicati la mutazione genetica descritta è univoca pur variando la sua frequenza. Si ipotizza il ruolo sia di una mutazione diversa posizionata sempre sullo stesso gene sia di mutazioni di geni diversi ma le evidenze non sono ancora chiare.

Il DNA è formato dalla successione di 4 basi definite con le lettere A, T, C e G. La variazione di una base sulla normale sequenza del DNA è un evento geneticamente molto frequente e queste mutazioni dovute ad “errori” di varia natura possono non avere alcuna conseguenza (è ciò che ac­cade più frequentemente) perché riparati per vie naturali, oppure meno frequentemente possono essere causa di patologie importanti.

La mutazione di una base del DNA può essere presente in forma eterozigote (una solo copia) o in forma omozigote (due copie). Nel caso della DM quindi possiamo avere soggetti sani non por­tatori della patologia (n/n), soggetti sani ma portatori (n/DM) o soggetti potenzialmente affetti (DM/DM). L’incrocio tra soggetti portatori sani (n/DM) o tra portatori sani e potenzialmente affetti (DM/DM)  aumenta la possibile incidenza della patologia poiché aumenta la frequenza con cui tale mutazione viene trasmessa da una generazione alla successiva.

Come riportato in molti lavori la solo presenza della condizione genetica di “omozigote recessivo” definita convenzionalmente DM/DM, non sembra sufficiente a scatenare la patologia, l’ipotesi più probabile è che come avviene in moltissime altre condizioni, anche per la mielopatia degenerativa quello che viene genericamente chiamato “ambiente” possa agire su un substrato genetico mutato. Con il termine ambiente si intendono condizioni biochimiche, nutrizionali, immu­nologiche che a vario livello e con varia incidenza rendono possibile il manifestarsi di una condizione patologica già codificata nel DNA. Questa obbligatoria concomitanza di fattori, genetici e ambientali, che devono coesistere e combinarsi tra loro affinché la condizione patologica si ma­nifesti è la chiave del concetto “malattia rara” descritto in precedenza. La patologia quindi non si manifesta solo a causa della condizione genetica (e questo spiega perché soggetti DM/DM pos­sono non sviluppare mai la malattia) ma la mutazione genetica è un substrato indispensabile per l’azione di altri fattori e quindi dell’ambiente, in tutte le sue forme.

Da questa considerazione nasce l’idea espressa da alcuni autori che esistano fattori preventivi con cui cercare di arginare o comunque ritardare i sintomi della patologia. Si parla quindi di elimi­nazione dalla dieta di sostanze pro infiammatorie (ad esempio il glutine) e di integrazione con omega 3 (in particolare l’EPA- acido eicosapentaeinoico), potenti antiossidanti in grado di contra­stare i processi infiammatori generalizzati; queste strategie nutrizionali risultano ancora più efficaci se abbinate a fisioterapia preventiva. Da qui l’importanza di evidenziare la predisposizione gene­tica nei confronti della DM: in soggetti omozigoti DM/DM che hanno una probabilità di sviluppare la patologia le strategie preventive in nostro possesso diventano quanto mai importanti.

Vero resta il fatto che la diagnosi di certezza si ha solo attraverso indagini immunoistochimiche “post mortem” anche se alcuni importanti studi sembrano dimostrare l’efficacia a livello diagnostico anche delle analisi strumentali.

Nonostante i numerosi lavori non è stato ancora pubblicato alcuno studio rispetto all’incidenza della DM nel Cane Lupo Cecoslovacco. E’ in corso una vasta indagine di popolazione condotta da un importante gruppo di ricerca italiano ed i primi risultati sembrano mostrare che anche in questa razza l’incidenza della mutazione del gene SOD1 rispecchia le percentuali pubblicate rispetto a razze già oggetto di screening, con un ampio numero di soggetti eterozigoti n/DM.

Questi dati preliminari indirizzano quindi verso l’esecuzione di uno screening più ampio poiché, pur rimanendo una patologia rara, la DM risulta rappresentata nel Cane Lupo Cecoslovacco con la stessa incidenza riscontrata in razze diverse.

L’esecuzione di screening genetici preventivi consente di evidenziare soggetti portatori sani n/DM e omozigoti recessivi DM/DM al fine di ridurre quanto possibile la trasmissione genetica del carattere recessivo “DM” e per adottare nei soggetti DM/DM tutte le possibili strategie ambientali atte alla prevenzione della patologia stessa. 

BIBLIOGRAFIA

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  • Degenerative myelopathy associated with a missense mutation in the superoxide dismutase 1 (SOD1) gene progresses to peripheral neuropathy in Pembroke Welsh corgis and boxers. Shelton GD et al., J Neurol Sci. 2012
  • 01271B: Mapping of Additional Genes Associated with Canine Degenerative Myelopathy. Dr. Joan R. Coates. Stay informed of the latest progress in canine health research. March 31, 2012
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  • Genome-wide association analysis reveals a SOD1 mutation in canine degenerative myelopathy that resembles amyotrophic lateral sclerosis. Tomoyuki Awanoa et al., Proc Natl Acad Sci USA 2009 
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